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cerimonia del tè economia domestica
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Oggigiorno tutti parlano e scrivono di cucina, di cibi eccellenti, di mangiar bene, di attraversare l’Italia per sperimentare un ristorante carissimo e scomodo, di mangiare al buio, di mangiare naturale, chimico, vicino, lontano…

In realtà si tratta semplicemente di imparare a mangiare veramente, di scoprire ed essere consapevoli di com’è fatto un cibo vero, di che differenza c’è tra un prodotto genuino e uno industriale, insomma sapere come deve essere consumata una verdura, un pesce, una carne, un frutto, conoscenze banali ma che abbiamo perduto, fra i reparti asettici dei supermercati.

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la cerimonia del tè

di alessandra mulas

Il tè è un’arte. Sceglierlo, riconoscerlo, prepararlo, berlo, gustarlo è un’arte. E come qualsiasi arte va coltivata e affinata con dedizione e pazienza.

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visioni fare cultura di alessandra panzini
fare cultura di alessandra panzini

Un metodo al femminile per lavorare sul territorio attraverso al cultura

Territorio. Una parolina magica che troviamo ovunque.

A parlare di territorio oggi siamo in tanti: politici e amministratori, architetti e designer, imprenditori, cuochi, enologi, agronomi, medici, naturopati, artisti... Si direbbe che nessuna categoria professionale o maestranza riesca a fare a meno di questo riferimento, seppur utilizzando schemi, metodiche di analisi e studio, riferimenti diversi.

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dire dio: il linguaggio femminile

di Giorgia Salatiello

La questione di un possibile linguaggio femminile su Dio è estremamente complessa, poiché ne implica e presuppone altre due, alle quali è necessario trovare preliminarmente risposta. Innanzi tutto, ci si deve chiedere se sia realmente possibile un’umana parola su Dio, ovvero se, ed eventualmente in che modo, l’Assoluto, l’Infinito possa trovare espressione nelle modalità finite e limitate del linguaggio. In seconda istanza, si deve sollevare l’interrogativo, tutt’altro che scontato, sull’esistenza di un linguaggio non soltanto “umano”, ma peculiarmente femminile e ciò richiede che sia affrontato il tema della differenza sessuale, da cogliere nella sua verità antropologica.

 

Dire Dio?

 

Riguardo alla prima domanda, cioè quella del linguaggio capace di parlare di Dio, è necessario chiarire subito che qui non ci si riferisce alle formulazioni teoretiche della teologia naturale, vertice della ricerca metafisica, ma a quelle che sono radicate nella teologia positiva che scaturisce direttamente dall’ascolto credente della Rivelazione. Ciò significa che il parlare di  Dio è, in questo caso, radicalmente inscindibile dal “parlare con Dio”, che è proprio della fede e che si attua nell’incontro tra il soggetto religioso e Dio, che chiama la Sua creatura a un rapporto personale con Lui.

Si situa qui quella che, in estrema sintesi, si deve indicare come l’alternativa tra una teologia “affermativa” e una teologia “negativa” e che può trovare soluzione solo in un ricorso sapiente e non puramente logico all’analogia. Possiamo, cioè, con i nostri concetti e con le parole che li esprimono affermare qualcosa di quello che Dio è, oppure essi sono troppo limitati e inoltre, per la loro molteplicità, introducono delle assurde fratture nell’assoluta semplicità divina? Dobbiamo, pertanto, riguardo a Dio, accettare il silenzio, o, al massimo, esprimere con il linguaggio la nostra conoscenza di quello che Dio non è, rinunciando a qualsiasi affermazione sulla Sua realtà?

Solo l’uso analogico del linguaggio, fondato sulla profonda convinzione dell’esistenza di una reale analogia entis, consente di uscire da questa strettoia, perché permette di comprendere che il nostro linguaggio, nato per riferirsi agli esistenti finiti del mondo, può positivamente indicare qualcosa della verità di Dio proprio perché tali esistenti recano in sé una traccia reale della fonte trascendente della loro esistenza. D’altra parte, non si può non sottolineare che Dio, per primo, si è servito del linguaggio per rivelare Se stesso nell’unica modalità accessibile all’essere umano mostrando, così, che la parola, pur essendo una realtà finita, legata direttamente al mondo fenomenico, può trascendersi e accogliere in sé l’Assoluto che in essa si esprime.1 Il linguaggio, così, si mostra come il “luogo” nel quale il finito, la creatura, può incontrarsi con l’Infinito, il Creatore, che rimane sempre “eccedente” rispetto alla parola in cui, tuttavia, vuole manifestarsi.

 

C’è un linguaggio femminile?

 

La seconda questione da affrontare riguarda, come si è accennato, l’esistenza di un linguaggio peculiarmente femminile e, per trovare risposta, è necessario porre al centro dell’attenzione la differenza sessuale, senza arrestarsi a un livello puramente descrittivo, ma portando l’indagine fino al punto in cui sia possibile coglierne la verità e il significato. 2

La prima considerazione, ovvia, ma non inutile, è che parlando di linguaggio femminile già si afferma implicitamente che entrambi, l’uomo e la donna, sono capaci di esprimersi simbolicamente mediante la parola, condividendo, pertanto, la stessa identità umana. La differenza sessuale, così, non si configura come una differenza ontologica, ma riguarda due soggetti caratterizzati dalla medesima realtà costitutiva che, come  attesta anche il linguaggio, li distingue essenzialmente dagli altri esistenti. Se, però, rispetto all’identica umanità, la differenza fosse qualcosa di secondario e irrilevante, legata al solo fatto biologico della riproduzione, anche per questa strada diventerebbe impossibile riconoscere un linguaggio femminile e, di conseguenza, si deve affermare l’originarietà del differire, ovvero l’impossibilità di trovarsi di fronte a un essere umano che non sia immediatamente differenziato nella sua stessa umanità, cioè uomo o donna.3 Tale originarietà, fenomenologicamente rilevabile nella concretezza del vissuto, può essere evidenziata dall’analisi della struttura del soggetto, che si rivela intrinsecamente unitaria, determinando l’impossibilità di scindere la corporeità, sempre integralmente sessuata, dalle dimensioni spirituali, propriamente umane.4

Questo accenno agli esiti ai quali si perviene con l’indagine antropologica trova, d’altra parte, piena conferma sul piano teologico, perché la lettura di Genesi 1, 27 attesta che l’atto di Dio, mentre crea l’essere umano come imago Dei, quindi essenzialmente diverso da ogni altro esistente, lo pone originariamente nella differenza sessuale come uomo e donna: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò». La differenza sessuale, in tal modo, si rivela assolutamente cooriginaria rispetto all’umanità condivisa dall’uomo e dalla donna e, di conseguenza, appare pienamente legittima l’affermazione dell’esistenza di una peculiarità che, legata alla differente appartenenza sessuale, caratterizzi non soltanto il dato biologico, ma la complessa realtà umana di ciascuno dei due.

Si può ora, muovendo da queste acquisizioni, volgere l’attenzione a ciò che è maschile e femminile, ma, di nuovo, ci si trova di fronte a un’estrema complessità, poiché, constatando le differenti caratteristiche dell’uno e dell’altra, sorge inevitabilmente un nuovo interrogativo. Si tratta, cioè, di differenze connesse con la struttura originaria, oppure  sono riconducibili all’inevitabile dimensione storica in cui ognuno vive la sua mascolinità o femminilità? Non si corre, così, il rischio di considerare originario quello che invece è storico e, dunque, contingente e mutevole?

Il problema, in realtà, se rimane in questi termini, è impostato in maniera sbagliata, poiché prospetta una contrapposizione tra la dimensione naturale e quella storica, mentre, al contrario, esse sono inscindibili in quanto l’essere umano è storico proprio per la sua natura aperta, non soggetta ai rigidi determinismi che governano le realtà infraumane.5 Il maschile e il femminile, cioè, si presentano con volti indubbiamente diversi a seconda dei contesti storici, ma questi volti rispecchiano, nella loro parzialità, un aspetto dell’originaria differenza che impedisce di appiattire l’uomo e la donna su di un unico modello indifferenziato.

L’iniziale domanda sull’esistenza di un linguaggio femminile può, a questo punto, essere riproposta in un quadro che tiene simultaneamente conto sia dell’originaria differenza sia dell’ineliminabile storicità delle sue manifestazioni e, in tal modo, il problema diviene estremamente concreto, ossia quello di cogliere ciò che di fatto differenzia il dire femminile da quello maschile.

 

Il linguaggio femminile su Dio

 

Nel linguaggio è sicuramente possibile cogliere la distinzione tra una dimensione oggettiva, volta a designare precisi contenuti che si presentano al pensiero, e una intersoggetiva, in cui è centrale il momento espressivo e comunicativo, sebbene tale distinzione non possa essere mai interpretata come una separazione di due ambiti tra loro estranei.

Numerose ricerche, dovute principalmente, ma non esclusivamente, a studiose che, a vario titolo, appartengono all’ambito del contemporaneo panorama della riflessione femminile e femminista,6 attestano che la dimensione dell’intersoggettività è quella

decisamente prevalente nel linguaggio femminile, interessato più a stabilire e mantenere un rapporto che ad acquisire e trasmettere conoscenze oggettive. Le precedenti considerazioni evitano, qui, di porsi il problema se ciò derivi dall’originaria differente appartenenza sessuale o dalla sua concretizzazione storica e consentono, invece, di prendere atto di tale realtà, traendone implicazioni che sono essenziali per il dire Dio. Ciò che caratterizza l’esperienza religiosa, infatti, è il suo configurarsi come una relazione personale, nella quale il soggetto, a differenza di quanto avviene nel discorso metafisico, si rivolge all’Assoluto come a un Tu, percependosi, nello stesso tempo, come il tu interpellato dalla trascendente soggettività di Dio. Deriva poi da qui, nella comunicazione e condivisione dell’esperienza personale, l’esigenza di parlare di Dio come del Soggetto per eccellenza e mai come di un oggetto, fosse anche il primo e il più grande tra gli altri.

È subito possibile riscontrare quale profonda sintonia vi sia tra questo peculiare linguaggio che scaturisce dall’esperienza religiosa e quello che si è indicato come femminile, poiché al centro di entrambi vi è la relazione. Nel dire Dio al femminile, cioè, è essenziale il rapporto interpersonale, prima di tutto quello con Dio stesso e, a partire da questo, quello con chi condivide la medesima esperienza, privilegiando così la dimensione comunitaria, fatta di scambio e di accoglienza reciproca.

Senza alcun dubbio, dunque, è possibile parlare di un linguaggio peculiarmente femminile con e su Dio, ma questa considerazione solleva un interrogativo, che non può essere eluso se si accetta un’affermazione che è densa di un profondo significato antropologico: «In tale prospettiva ciò che si chiama “femminilità” è più di un semplice attributo del sesso femminile. La parola designa, infatti, la capacità fondamentalmente umana di vivere per l’altro e grazie all’altro».7 Il linguaggio femminile, cioè, non deve essere inteso come un linguaggio accessibile alle sole donne, sebbene esse, per la loro identità sessuata, concretamente vissuta nelle sue realizzazioni storiche, siano più immediatamente aperte a quello stile comunicativo che privilegia la relazione. La relazionalità, infatti, è un carattere che contraddistingue intrinsecamente l’essere umano in quanto tale e, di conseguenza, non può essere considerata estranea all’identità maschile, così come la razionalità rigorosa e astratta non lo è a quella femminile.

 

Verso un linguaggio inclusivo

 

Non c’è dubbio che nella storia della religione e della spiritualità è stato utilizzato più ampiamente, almeno a livello ufficiale e pubblico, il linguaggio maschile e, ora, la consapevolezza dell’esistenza di un dire femminile può aprire nuove prospettive, ovvero quelle di un linguaggio inclusivo che sappia accogliere in sé tanto la ricchezza dell’assertività maschile, quanto quella della relazionalità femminile. Tale linguaggio è esattamente l’opposto di uno stile “neutro” che pretenda di ignorare e mettere tra parentesi la differenza, perché alla base del ricorso a esso vi è proprio la convinzione che il differire dell’uomo e della donna è un patrimonio che arricchisce entrambi solo se è conservato e valorizzato sul fondamento della comune umanità.

 

1 Cfr. a questo riguardo: Karl Rahner, Uditori della parola, Torino, Borla, 1988, cap. 12.

2 Cfr. Giorgia Salatiello, Donna-Uomo. Ricerca sul fondamento, Napoli, Grafitalica, 2000.

3 Joseph De Finance, A tu per tu con l’altro. Saggio sull’alterità, Roma, Pontificia Università Gregoriana, 2004, pp. 20-21: «Essa attraversa dal basso in alto (o forse piuttosto dall’alto in basso) l’essere umano tutto intero, carne e spirito […] Essa divide, in un certo modo, l’essenza stessa».

4 Cfr. Giorgia Salatiello, Uomo-donna: «dal fenomeno al fondamento», in «Studium», 2 (2005), pp. 253-264.

5 Karl Rahner, Uditori della parola, cit., p. 42: «L’uomo è essere storico anche in quanto spirito, per cui, non solo nella sua esistenza biologica, ma anche nel fondare la sua esistenza spirituale è tenuto a inserirsi nella sua storia».

6 Fra gli altri, devono essere innanzi tutto ricordati gli studi di Luce Irigaray che ha messo chiaramente in evidenza le peculiarità del linguaggio femminile. Proprio su questo tema può essere consultato il suo recentissimo La via dell’amore, Torino, Bollati Boringhieri, 2008.

7 Congregazione per la dottrina della Fede, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, 2004, n. 14.

 

 


 
da un'idea e a cura di
Silvia Fiorentino
progetto promosso dalla
Provincia di Ancona
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La sala bianca ospita la raffinata silenziosa ricerca della giovane artista serena vallese

La ringraziamo e ci poniamo in ascolto.

La mia ricerca è strettamente legata all'uomo e al suo relazionarsi con la natura, al suo vivere dentro di essa. 

Le dimensioni di spazio e tempo diventano parte essenziale del lavoro, momenti fondamentali del processo di scoperta e conoscenza della natura all'interno della quale tutte le forme sono affini

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di Isabella Falbo

Benvenuti in Effeshion, l'appuntamento quindicinale di metodo effe con la moda, sulle tracce dei più interessanti processi creativi contemporanei al femminile, attraverso i prodotti di un nuovo “femminismo più femminile" e ricco di saperi, perchè lo sguardo delle donne di oggi è completo e globale, non si ferma all'arte ma accoglie la vita.

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quarto appuntamento di effeshion

di Isabella Falbo

Benvenuti al quarto appuntamento di Effefashion!

Questo Effefashion creative focus è dedicato a Louisa Dvorak, fashion designer nata in Slovacchia ma americana d’adozione, creatrice di abiti che appaiono come oggetti ibridi del desiderio tra Arte e Moda.

Il dialogo Arte-Moda, sviluppato da artisti e teorizzato sin dalla nascita della moda moderna stessa, è oggi di grande attualità e continua ad essere celebrato in toni sempre più sostenuti e multisfaccettati. Paradigmatico di questo contesto il lavoro di Louisa Dvorak, che con le sue proposte e in particolar modo con il suo più recente progetto Art in the Fashion, sembra incarnare le parole dell’architetto e designer Edward William Godwin, tra le prime spese sull’argomento nella seconda metà dell’800, “l’Abito è l’arte, e la scienza del vestire”.

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Comunicato stampa – 26marzo 2012

ULTIMA settimana per RITRATTI EFFE

Dal 26 marzo fino al 1 aprile alla Chiesa del Gesù di Ancona la mostra di Silvia Fiorentino.

Di fortissimo impatto l'installazione: sulla gigantesca gonna della Grande Madre che scende da 12 metri d'altezza vengono proiettati i video d'arte

Ultimi giorni per visitare la mostra Ritratti Effe, allestita ad Ancona nei suggestivi ambienti della Chiesa del Gesù. Progetto ideato da Silvia Fiorentino e realizzato dall'artista insieme con la fotografa e giornalista Francesca Pieroni, la mostra accompagna il visitatore dentro al mondo di sette donne attraverso ritratti fotografici, videointerviste, disegni e anche oggetti personali.

 

 

Dalla storia di Bridget Vincent, arrivata dalla Nigeria in Italia con false promesse, a quella di Patrizia Casagrande, che racconta il suo privato e la sua esperienza di donna pubblica, la mostra è un viaggio nello sguardo femminile sul paesaggio, inteso come territorio e come scenario interiore. Fortissimo l'impatto all'ingresso della Chiesa: lo sguardo è rapito dalla gigantesca gonna di stoffa che scende per 12 metri dalla scultura di pezza sospesa, raffigurante la Grande Madre, simbolo ancestrale del femminile. Sulla grande gonna, che diventa culla e protettrice delle storie, vengono proiettate le interviste alle protagoniste: ricordi, progetti e sogni si susseguono in un'atmosfera solenne ed irreale. Ai lati, sette scene come sette santuari: i ritratti fotografici fermano le protagoniste in luoghi simbolo della città (come il Mercato delle Erbe o la stessa Chiesa del Gesù), i disegni di Silvia Fiorentino seguono in modo poetico i racconti, l'abito e le scarpre indossati nel ritratto sono lì, a ricordare con eleganza teatrale la fisicità dell'incontro, l'unicità della protagonista.

L'esposizione è il risultato di oltre un anno di lavoro: "Abbiamo cercato di unire aspetto interiore a paesaggio – spiega Silvia Fiorentino – partendo da storie personali, dal linguaggio familiare, dall'ambiente in cui nasci, per restituire una visione del mondo. Oggi, anche a causa della crisi, stiamo perdendo la possibilità di creare un paesaggio nostro, di proiettare intorno a noi la nostra idea, i nostri progetti, i nostri simboli, e così riconoscerci. Questo lavoro è come una riappropriazione: analisi e ascolto possono trovare metodologie diverse di azione. Ritratti Effe è anche difendere il linguaggio femminile: ascoltando le storie di ognuna abbiamo trovato il loro paesaggio".

La mostra rappresenta il nucleo centrale del progetto "Lo Sguardo che cura. Cura di sé e del mondo", realizzato dall'associazione Metodo Effe con il sostegno di Regione Marche, Provincia e Comune di Ancona, e con la collaborazione dell'Arcidiocesi Ancona - Osimo.

L'esposizione, ad ingresso libero, sarà visitabile fino a domenica 25 marzo con il seguente orario: fino a venerdì dalle ore 17 alle 20, sabato e domenica dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 20.

 

Gruppo Alceo Moretti Comunicazione

Ufficio stampa/Isabella Tombolini

Tel. +39 071 205115 - 328 4712817

isabella.tombolini@alceomoretti.it

 

 

per informazioni

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