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cerimonia del tè economia domestica
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Oggigiorno tutti parlano e scrivono di cucina, di cibi eccellenti, di mangiar bene, di attraversare l’Italia per sperimentare un ristorante carissimo e scomodo, di mangiare al buio, di mangiare naturale, chimico, vicino, lontano…

In realtà si tratta semplicemente di imparare a mangiare veramente, di scoprire ed essere consapevoli di com’è fatto un cibo vero, di che differenza c’è tra un prodotto genuino e uno industriale, insomma sapere come deve essere consumata una verdura, un pesce, una carne, un frutto, conoscenze banali ma che abbiamo perduto, fra i reparti asettici dei supermercati.

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la cerimonia del tè

di alessandra mulas

Il tè è un’arte. Sceglierlo, riconoscerlo, prepararlo, berlo, gustarlo è un’arte. E come qualsiasi arte va coltivata e affinata con dedizione e pazienza.

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visioni fare cultura di alessandra panzini
fare cultura di alessandra panzini

Un metodo al femminile per lavorare sul territorio attraverso al cultura

Territorio. Una parolina magica che troviamo ovunque.

A parlare di territorio oggi siamo in tanti: politici e amministratori, architetti e designer, imprenditori, cuochi, enologi, agronomi, medici, naturopati, artisti... Si direbbe che nessuna categoria professionale o maestranza riesca a fare a meno di questo riferimento, seppur utilizzando schemi, metodiche di analisi e studio, riferimenti diversi.

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breve storia del femminismo giapponese

articolo di Alessandra Mulas

Tatakau onnatachi: donne che combattono dal 1870 a oggi

L'idea di questo articolo è nata prima che l'11 marzo il Giappone fosse colpito tanto duramente. Abbiamo visto immagini di distruzione, di lutto, di disperazione, e al tempo stesso di una grande compostezza e di una volontà silenziosa ma ferrea di rialzarsi e andare avanti.

giappo 

Questa breve analisi della storia del femminismo giapponese, perciò, vuole essere anche un omaggio a quelle tatakau onnatachi (donne che combattono) che ieri come oggi si trovarono ad affrontare una situazione difficile, per certi aspetti spaventosa.

giappoLa nascita e lo sviluppo del movimento femminista giapponese si pone all'interno del complesso processo di modernizzazione che il Giappone compì alla fine dell'Ottocento e che si concretizzò con il passaggio da un regime feudale a uno capitalista. Tale trasformazione implicò un sostanziale ripensamento di molti concetti, fra cui quello di classe e quello di genere, all'interno di una prospettiva di partecipazione attiva alla gestione dello Stato. Il concetto di cittadinanza, che fino ad allora si era identificato con la mera, completa sottomissione all'Imperatore, si mosse in direzione di un ruolo maggiormente attivo. Si andava così definendo, anche attraverso un ripensamento dei corpi e dell'embodiment, l'individuo, concetto che il Giappone tradizionale non aveva mai messo perfettamente a fuoco.

E, ripensando all'individuo, si poneva il problema del ruolo e della specificità femminili. La donna giapponese dell'epoca Meiji era soggetta all'uomo tanto a livello politico quanto familiare: da un lato, infatti, era completamente sottomessa all'autorità dell'Imperatore, al pari dell'uomo, dall'altro dipendeva in tutto e per tutto dall'uomo che era a capo della famiglia, la cui organizzazione era per l'appunto patriarcale. Alle donne non veniva lasciato nessuno spazio pubblico: sulla base dell'articolo 5 della Chian Keisatsu Ho (Public Peace Police Law) del 1900, le donne erano escluse dalla gestione e dalla riflessione pubblica su tutto ciò che aveva a che fare con la politica, non avevano diritto di prendere la parola in pubblico, e di unirsi in organizzazione. Tale legge venne modificata nel 1922 (ma per molto tempo la presa di parola in pubblico venne considerato un comportamento sconveniente per una donna) e si giunse solo nel dicembre 1945 a concedere il diritto di voto.

Il processo che portò al compimento di questo percorso si avviò fra 1870 e 1880 quando alcune donne cominciarono a partecipare da un lato al Jiyu Minken Undo (Movimento per la libertà e i diritti popolari) dall'altro a una serie di attività filantropiche che apparentemente non stridevano con l'immagine tradizionale della donna. Tuttavia, attraverso questo iniziale, timido inserimento nella società attiva si socchiuse per le donne una porta che permetteva di guardare oltre la propria impotenza, verbale e fattiva.

Nei primi decenni del Novecento alcune donne cominciarono ad approfondire l'analisi dell'individualità e della sessualità (soprattutto attraverso la rivista «Seito», che celebrava inoltre la creatività femminile) ponendo il problema del controllo delle nascite e della necessità di politiche sociali che permettessero alle donne di mantenere la propria libertà senza sacrificare ruolo riproduttivo. Si trattava, cioè, di agire sull'assetto della società, modificandola in relazione alla propria specificità. E per fare questo era necessario lavorare anche in direzione di una partecipazione politica femminile.

Come si è detto nel 1945 alle donne venne concesso il diritto di voto e lentamente il loro accesso alla gestione della sfera sociale e politica venne assorbita. Tuttora resta però irrisolto il problema della spartizione dei compiti, domestici e lavorativi, all'interno della famiglia, nella quale la donna tende a scarificare la propria carriera a favore del ruolo di madre e moglie, lasciando all'uomo una realizzazione professionale che richiede orari fortemente limitativi. Si è tornata perciò a sentire la necessità di una politica nuova nel campo sociale e lavorativo, che tenga conto della parità raggiunta – o pretesa tale – fra i due sessi.

 
da un'idea e a cura di
Silvia Fiorentino
progetto promosso dalla
Provincia di Ancona
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Aldo Carcere San Vittore Contraddizioni sberla Stefania

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Presentazione la sala bianca

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serena vallese esistere, ascoltare natura e uomo

La sala bianca ospita la raffinata silenziosa ricerca della giovane artista serena vallese

La ringraziamo e ci poniamo in ascolto.

La mia ricerca è strettamente legata all'uomo e al suo relazionarsi con la natura, al suo vivere dentro di essa. 

Le dimensioni di spazio e tempo diventano parte essenziale del lavoro, momenti fondamentali del processo di scoperta e conoscenza della natura all'interno della quale tutte le forme sono affini

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Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak Louisa Dvorak

effeshion

di Isabella Falbo

Benvenuti in Effeshion, l'appuntamento quindicinale di metodo effe con la moda, sulle tracce dei più interessanti processi creativi contemporanei al femminile, attraverso i prodotti di un nuovo “femminismo più femminile" e ricco di saperi, perchè lo sguardo delle donne di oggi è completo e globale, non si ferma all'arte ma accoglie la vita.

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quarto appuntamento di effeshion

di Isabella Falbo

Benvenuti al quarto appuntamento di Effefashion!

Questo Effefashion creative focus è dedicato a Louisa Dvorak, fashion designer nata in Slovacchia ma americana d’adozione, creatrice di abiti che appaiono come oggetti ibridi del desiderio tra Arte e Moda.

Il dialogo Arte-Moda, sviluppato da artisti e teorizzato sin dalla nascita della moda moderna stessa, è oggi di grande attualità e continua ad essere celebrato in toni sempre più sostenuti e multisfaccettati. Paradigmatico di questo contesto il lavoro di Louisa Dvorak, che con le sue proposte e in particolar modo con il suo più recente progetto Art in the Fashion, sembra incarnare le parole dell’architetto e designer Edward William Godwin, tra le prime spese sull’argomento nella seconda metà dell’800, “l’Abito è l’arte, e la scienza del vestire”.

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ritratti effe

Comunicato stampa – 26marzo 2012

ULTIMA settimana per RITRATTI EFFE

Dal 26 marzo fino al 1 aprile alla Chiesa del Gesù di Ancona la mostra di Silvia Fiorentino.

Di fortissimo impatto l'installazione: sulla gigantesca gonna della Grande Madre che scende da 12 metri d'altezza vengono proiettati i video d'arte

Ultimi giorni per visitare la mostra Ritratti Effe, allestita ad Ancona nei suggestivi ambienti della Chiesa del Gesù. Progetto ideato da Silvia Fiorentino e realizzato dall'artista insieme con la fotografa e giornalista Francesca Pieroni, la mostra accompagna il visitatore dentro al mondo di sette donne attraverso ritratti fotografici, videointerviste, disegni e anche oggetti personali.

 

 

Dalla storia di Bridget Vincent, arrivata dalla Nigeria in Italia con false promesse, a quella di Patrizia Casagrande, che racconta il suo privato e la sua esperienza di donna pubblica, la mostra è un viaggio nello sguardo femminile sul paesaggio, inteso come territorio e come scenario interiore. Fortissimo l'impatto all'ingresso della Chiesa: lo sguardo è rapito dalla gigantesca gonna di stoffa che scende per 12 metri dalla scultura di pezza sospesa, raffigurante la Grande Madre, simbolo ancestrale del femminile. Sulla grande gonna, che diventa culla e protettrice delle storie, vengono proiettate le interviste alle protagoniste: ricordi, progetti e sogni si susseguono in un'atmosfera solenne ed irreale. Ai lati, sette scene come sette santuari: i ritratti fotografici fermano le protagoniste in luoghi simbolo della città (come il Mercato delle Erbe o la stessa Chiesa del Gesù), i disegni di Silvia Fiorentino seguono in modo poetico i racconti, l'abito e le scarpre indossati nel ritratto sono lì, a ricordare con eleganza teatrale la fisicità dell'incontro, l'unicità della protagonista.

L'esposizione è il risultato di oltre un anno di lavoro: "Abbiamo cercato di unire aspetto interiore a paesaggio – spiega Silvia Fiorentino – partendo da storie personali, dal linguaggio familiare, dall'ambiente in cui nasci, per restituire una visione del mondo. Oggi, anche a causa della crisi, stiamo perdendo la possibilità di creare un paesaggio nostro, di proiettare intorno a noi la nostra idea, i nostri progetti, i nostri simboli, e così riconoscerci. Questo lavoro è come una riappropriazione: analisi e ascolto possono trovare metodologie diverse di azione. Ritratti Effe è anche difendere il linguaggio femminile: ascoltando le storie di ognuna abbiamo trovato il loro paesaggio".

La mostra rappresenta il nucleo centrale del progetto "Lo Sguardo che cura. Cura di sé e del mondo", realizzato dall'associazione Metodo Effe con il sostegno di Regione Marche, Provincia e Comune di Ancona, e con la collaborazione dell'Arcidiocesi Ancona - Osimo.

L'esposizione, ad ingresso libero, sarà visitabile fino a domenica 25 marzo con il seguente orario: fino a venerdì dalle ore 17 alle 20, sabato e domenica dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 20.

 

Gruppo Alceo Moretti Comunicazione

Ufficio stampa/Isabella Tombolini

Tel. +39 071 205115 - 328 4712817

isabella.tombolini@alceomoretti.it

 

 

per informazioni

silvia fiorentino

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