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| breve storia del femminismo giapponese |
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articolo di Alessandra Mulas Tatakau onnatachi: donne che combattono dal 1870 a oggi L'idea di questo articolo è nata prima che l'11 marzo il Giappone fosse colpito tanto duramente. Abbiamo visto immagini di distruzione, di lutto, di disperazione, e al tempo stesso di una grande compostezza e di una volontà silenziosa ma ferrea di rialzarsi e andare avanti.
Questa breve analisi della storia del femminismo giapponese, perciò, vuole essere anche un omaggio a quelle tatakau onnatachi (donne che combattono) che ieri come oggi si trovarono ad affrontare una situazione difficile, per certi aspetti spaventosa.
E, ripensando all'individuo, si poneva il problema del ruolo e della specificità femminili. La donna giapponese dell'epoca Meiji era soggetta all'uomo tanto a livello politico quanto familiare: da un lato, infatti, era completamente sottomessa all'autorità dell'Imperatore, al pari dell'uomo, dall'altro dipendeva in tutto e per tutto dall'uomo che era a capo della famiglia, la cui organizzazione era per l'appunto patriarcale. Alle donne non veniva lasciato nessuno spazio pubblico: sulla base dell'articolo 5 della Chian Keisatsu Ho (Public Peace Police Law) del 1900, le donne erano escluse dalla gestione e dalla riflessione pubblica su tutto ciò che aveva a che fare con la politica, non avevano diritto di prendere la parola in pubblico, e di unirsi in organizzazione. Tale legge venne modificata nel 1922 (ma per molto tempo la presa di parola in pubblico venne considerato un comportamento sconveniente per una donna) e si giunse solo nel dicembre 1945 a concedere il diritto di voto. Il processo che portò al compimento di questo percorso si avviò fra 1870 e 1880 quando alcune donne cominciarono a partecipare da un lato al Jiyu Minken Undo (Movimento per la libertà e i diritti popolari) dall'altro a una serie di attività filantropiche che apparentemente non stridevano con l'immagine tradizionale della donna. Tuttavia, attraverso questo iniziale, timido inserimento nella società attiva si socchiuse per le donne una porta che permetteva di guardare oltre la propria impotenza, verbale e fattiva. Nei primi decenni del Novecento alcune donne cominciarono ad approfondire l'analisi dell'individualità e della sessualità (soprattutto attraverso la rivista «Seito», che celebrava inoltre la creatività femminile) ponendo il problema del controllo delle nascite e della necessità di politiche sociali che permettessero alle donne di mantenere la propria libertà senza sacrificare ruolo riproduttivo. Si trattava, cioè, di agire sull'assetto della società, modificandola in relazione alla propria specificità. E per fare questo era necessario lavorare anche in direzione di una partecipazione politica femminile. Come si è detto nel 1945 alle donne venne concesso il diritto di voto e lentamente il loro accesso alla gestione della sfera sociale e politica venne assorbita. Tuttora resta però irrisolto il problema della spartizione dei compiti, domestici e lavorativi, all'interno della famiglia, nella quale la donna tende a scarificare la propria carriera a favore del ruolo di madre e moglie, lasciando all'uomo una realizzazione professionale che richiede orari fortemente limitativi. Si è tornata perciò a sentire la necessità di una politica nuova nel campo sociale e lavorativo, che tenga conto della parità raggiunta – o pretesa tale – fra i due sessi. |



La nascita e lo sviluppo del movimento femminista giapponese si pone all'interno del complesso processo di modernizzazione che il Giappone compì alla fine dell'Ottocento e che si concretizzò con il passaggio da un regime feudale a uno capitalista. Tale trasformazione implicò un sostanziale ripensamento di molti concetti, fra cui quello di classe e quello di genere, all'interno di una prospettiva di partecipazione attiva alla gestione dello Stato. Il concetto di cittadinanza, che fino ad allora si era identificato con la mera, completa sottomissione all'Imperatore, si mosse in direzione di un ruolo maggiormente attivo. Si andava così definendo, anche attraverso un ripensamento dei corpi e dell'embodiment, l'individuo, concetto che il Giappone tradizionale non aveva mai messo perfettamente a fuoco.