|
Lucilla Niccolini
Era salita in auto correndo, un'attrice da intervistare l'aspettava nella hall d'un albergo. Sul cavalcavia si guardò nello specchietto retrovisore, spostandolo quel tanto da vedersi gli occhi e perdere di vista la berlina alle sue spalle che chiedeva strada. Rovistò freneticamente nella borsa, alla ricerca della trousse del trucco: il vellutino del contenitore la rassicurò sotto i polpastrelli. L'estrasse, ne aprì con la destra la zip: nuovo frenetico tramestio alla ricerca dello stick copri-occhiaie. Il cellulare le vibrò nella tasca, abbandonò lo stick sul sedile e appoggiò il telefono all'orecchio, stringendolo tra la spalla e il capo. Poi imboccò perentoria la rotatoria, senza dare la precedenza all'auto che arrivava da destra.
L'agente della Stradale vide arrivare il muso rosso della sua citycar; fissò lo sguardo dentro; mise a fuoco la biondina al telefono; constatò la mancanza della cintura. Allibì, socchiuse gli occhi. Quasi divertito, alzò la mano aperta proprio davanti alla Micra, sporgendosi appena in avanti, con gli occhi fissi sulla faccia della sprovveduta. Lei finalmente lo vide, abbassò le palpebre, lasciò cadere il cellulare dalla spalla. Allungò il collo a guardare in faccia l'agente, gli sorrise. Alzò la mano in segno di intesa. Accostò perentoria.
“Ma siamo pazzi? Il mondo va alla rovescia”, esclamò il giovane agente prima ancora che lei avesse abbassato il finestrino. Scrutò dentro e col viso della conducente spalancato davanti, incredulo, sbottò: “Ma lei si rende conto? Telefona guidando, non ha la cintura di sicurezza, non ha dato la precedenza... e magari se le faccio la prova dell'etilometro risulta che ha bevuto del vino a pranzo. Ci manca niente? Mi corregga”, concluse, e lo sguardo gli era intanto caduto su rossetti e cosmetici sparsi sul sedile del passeggero. “Si stava anche truccando, per caso?”, stava per aggiungere, quando lei alzò la mano inerme e piccolina davanti a un sorriso disarmante. “Scusi, ha ragione, ragionissima. Ma io faccio la giornalista, non solo non ho bevuto, ma non ho neanche mangiato. C'è un'attrice in città che mi sta aspettando. Mi ha appena telefonato mia madre per dirmi che le analisi sono finalmente buone. Non lo faccio più. Giuro!”, disse in rapida sequenza. A lui venne da sorridere di tanta improntitudine. Spalancò gli occhi, si arrese: “Vada... vada!”. E la scacciò con la mano.
|
|
I
il dono
Spazio poesia
In uno spazio poesia depose il suo corpo
costruito con magia saldando le parti,
sospeso, nella scrittura del segno di sé,
e abitando il sentimento altrui disse
di lei di lui
raccontò storie di vita che passavano dentro
e creò il suo corpo ancora.
di silvia fiorentino
spazio dentro delle vita
ricerca di una mappa emozionale
www.silviafiorentino.it
|
|

Lucilla Niccolini
La botta arriva inaspettata, in un traffico inesistente; e dire che lei non ha neanche inchiodato sul semaforo rosso. Sta procedendo quasi a passo d'uomo con la freccia alzata per voltare a destra. È domenica, e lungo il percorso dello struscio che si avvia a diventare pedonale passeggiano incuriosite le coppie di pensionati. Così, con i pensieri a zonzo frustrati dall'improvviso tamponamento, non ha neanche il tempo di alterarsi. Scende rapida e l'apprensione del guidatore romeno le fa da immediato anestetico. Lui si profonde in scuse e chiede se si è fatta male. “Ce l'ha il foglio della constatazione amichevole?”. Lui sbarra gli occhi; la moglie intanto raccoglie i cocci del suo fanale sparpagliati sull'asfalto. Lei riapre la portiera, infila la mano nel cassetto, sfila il paginone blu, lo stende sul cofano. Penna? Penna. Patente e libretto? Patente e libretto. Il romeno scandisce i nomi difficili, detta i numeri, fa di sì con la testa quando lei recita il nome incomprensibile dell'assicurazione di Bucarest. Crocette sulle caselle, il disegnino dell'incidente. Restituisce i documenti al signore. Estrae i suoi; trascrive tutti i dati. “Mi firma qui?”. Lui firma. Gli dà la sua copia, si danno la mano. “Faccia subito un fax alla sua assicurazione”, raccomanda lei, efficiente. Lui annuisce e saluta. Se ne vanno.
La botta stavolta arriva da sinistra, mentre si avvia lungo la salita: la Panda gialla sta uscendo dal garage e le arriva addosso, aggancia la ruota anteriore sinistra. “Ma porc...!”, fa lei, e guarda i guidatore stralunato. “Ma che fa, mi viene addosso?”, gli domanda. Lui strabuzza gli occhi e inveisce, violento: “Ma è lei che si stava accendendo la sigaretta!”. Lei non crede alle sue orecchie, se lo fa ripetere. Lui scende e ribadisce. È troppo: “Lei è matto? Che c'entra, andavo per la mia strada, io!”. Lui non sente ragioni: strepita, gracchia. I suoi sensi di colpa la fanno vacillare: se c'è chi ha proposto di vietare il fumo in auto, un motivo ci sarà... “Ma no, sigaretta o no, andavo diritta!”. Qui il foglio della constatazione amichevole serve a poco. “Vedrà: ora chiamo i vigili!”, continua a berciare l'isterico. I quali, impassibili, verificheranno poi che ad avere ragione è proprio lei.
|
|
articolo di Alessandra Mulas
Tatakau onnatachi: donne che combattono dal 1870 a oggi
L'idea di questo articolo è nata prima che l'11 marzo il Giappone fosse colpito tanto duramente. Abbiamo visto immagini di distruzione, di lutto, di disperazione, e al tempo stesso di una grande compostezza e di una volontà silenziosa ma ferrea di rialzarsi e andare avanti.
Questa breve analisi della storia del femminismo giapponese, perciò, vuole essere anche un omaggio a quelle tatakau onnatachi (donne che combattono) che ieri come oggi si trovarono ad affrontare una situazione difficile, per certi aspetti spaventosa.
|
|
Leggi tutto...
|
|

Metodo effe nasce per dar voce alla specificità. Una specificità innanzitutto femminile, che tuttavia si articola in successive "sottospecificità", che possono essere di afferenza artistica, di approccio metodologico o, più banalmente, di determinazione storico-geografica.
|
|
Leggi tutto...
|
|
|