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| fare cultura di alessandra panzini |
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Un metodo al femminile per lavorare sul territorio attraverso al cultura Territorio. Una parolina magica che troviamo ovunque.
Territorio è lo slogan per eccellenza tra XX e XXI secolo. È l'ecosistema culturale in cui tutti ci muoviamo, è il valore a cui tutti ci appelliamo. Ma perché il territorio ha così tanto successo? Qual è il perché di questo aggrapparsi al territorio? Forse perché abbiamo un forte bisogno di trovare nei vari ambiti riferimenti comuni, caratteri determinati, marcatori riconoscibili e invariabili al di là del tempo. O forse ancora per un bisogno di sicurezza sociale offerta da una riconoscibilità comunitaria attivata da una memoria collettiva. O per un bisogno individuale di sentirci parte di una storia più lunga del tempo della nostra breve esistenza. O ancora per un bisogno psicologico di esorcizzare il senso dell'effimero, del volatile, del leggero (così vicino allo sperdimento nella vertigine delle libere sensazioni) dando un senso alla nostra esistenza e alla produzioni delle nostre esistenze attraverso la concausa della storia e il dato biologico di un'appartenenza comune. O forse è solo la riaffermazione forte di un determinismo storico. Non mi viene altro in mente se non ragioni di fondo che hanno come comune denominatore: la paura. La paura del vacuo, prima di tutto. Della vacuità di un'esistenza che si appiglia agli affetti o agli effetti di un'esistenza di lavoro, di un successo personale che superi il tempo individuale. La causa più semplice, che assume un valore apotropaico. Non credo alla scusa delle radici, al bisogno indiscutibile di radici. L'uomo ha in sé gli strumenti per sopravvivere e adattarsi felicemente ai più svariati contesti, innamorandosi di nuovi territori e dimenticando i vecchi. Ma piuttosto credo a un bisogno di riferimenti – riferimenti psicologici, sottili, mutevoli – che supportino la nostra prospettiva esistenziale in funzione dei nostri apparati cognitivi e, ancor più, dei nostri diversi stati emozionali. Ecco perché il mio lavoro, prevalentemente attorno alla cultura, si è riferito al territorio in modo sempre diverso, mai uguale a se stesso. Cercare di capire un luogo in modo non superficiale, penetrarlo con la nostra soggettiva ed estemporanea sensibilità, consapevoli, però, che il nostro stesso soggettivismo e la nostra estemporaneità sono frutto di un'elaborata e complessa storicità, parte individuale e parte collettiva. Una storicità che più che con le identità ha a che vedere con le "disidentità", con i processi di negazione, di rimozione, di contrapposizione propri del procedere contemporaneo. Che sono poi i campi di indagine più affascinanti, i vuoti da riempire con nuovi significati e sensazioni. Un operare che costringe a modificare sempre le propri lenti, che spinge a costruire strumenti sempre diversi: dai più analitici del passato, basati su dati statistici e precisi parametri quali-quantitativi, ai più soggettivi e sensibili di oggi. Il perché di questo faticoso fare? Qual è lo scopo che ci/mi muove? Operare attraverso la cultura per lo sviluppo, ovvero il benessere, il progresso, la crescita armonica del territorio inteso come comunità di persone in un dato momento storico. Questo è un fine, almeno è quello che mi piace di più. È quello su cui io, e il mio piccolo "marchingegno", cerchiamo di operare, pur nelle contraddizioni del quotidiano. Dietro alla parola " territorio" e alla parola "sviluppo" potrebbero accamparsi pagine e pagine di trattazioni. Ma l'asse portante è il fine etico, è il bisogno imprescindibile di rispondere a un bisogno, a un'urgenza che si deve essere in grado di captare, di cogliere al volo. In questo senso l'operare per la cultura, e quindi anche per l'arte, è un atto profondamente "politico". Politico, perché costringe a selezionare ciò che è cultura da ciò che non lo è, o almeno da ciò che per noi, hic et nunc, non è degno di essere considerato testimone di civiltà. Politico, perché porta a decidere (sulla base di informazioni diverse, analisi di tendenza, interpretazione dei dati di target, o anche dei dati di ascolto degli stakeholders) che cosa è così forte e importante da dover essere custodito, curato, salvato, ricostruito, o anche solo narrato restituendogli un "valore utile" agli uomini di oggi. Operare nella cultura in quest'ottica (che si sia o che non si sia artisti) espone l'anima, mette in gioco la propria capacità di entrare in relazione profonda con gli altri, costringe ad affinare i sensi per cogliere suggestioni, ad abbandonare schemi e ad aprirsi all'inatteso. Impegnarsi nella cultura è una "missione". Richiede tempo, applicazione e rigore perché induce a guardare e a riguardare per cogliere un dato "originale". Richiede flessibilità, un'enorme flessibilità che ti spinge ad allargarti ad ambiti conoscitivi sempre nuovi, a metterti alla prova con pratiche e conoscenze lontane dal tuo background di provenienza. Richiede spirito di ricerca, disponibilità a cogliere e a lasciarsi trasportare dalla dimensione multidimensionale del sapere, intersecando informazioni diverse ed eterogenee e facendole dialogare, borgesianamente, tra loro senza un programma predefinito, consapevoli di come il valore più alto stia proprio nella sostanza relazionale. Ma operare per la cultura oggi è anche frustrante. E non tanto per i vertiginosi tagli alle risorse pubbliche degli ultimi anni. Che se solo sommassimo tutti i cattivi investimenti, i progetti fatti e poi abortiti, i tanti eventi inutili, la spesa pubblica odierna non sarebbe poi così lontana da quella di un decennio fa. Ma è frustrante in ragione di chi, purtroppo, ancora "decide" che cosa ha valore di cultura da ciò che non lo ha senza mettere a fuoco le esigenze del territorio, senza analizzare puntualmente la domanda, i bisogni reali dei fruitori che sono poi i cittadini, gli unici veri destinatari finali dell'azione di investimento. Perché le nostre classi dirigenti, pubbliche e anche private, non hanno ancora dimostrato (se non in rarissimi casi) di avere a cuore i grandi processi di cambiamento, non hanno interesse a impastarsi le mani di terra per fertilizzare e per dare nuova semina. Come sempre vogliono solo cogliere il frutto, il proprio frutto. E al più presto. |


A parlare di territorio oggi siamo in tanti: politici e amministratori, architetti e designer, imprenditori, cuochi, enologi, agronomi, medici, naturopati, artisti... Si direbbe che nessuna categoria professionale o maestranza riesca a fare a meno di questo riferimento, seppur utilizzando schemi, metodiche di analisi e studio, riferimenti diversi.