metodo effe mole vavitelliana ancona

da un'idea e a cura di
Silvia Fiorentino

ideazione, progettazione e
realizzazione a cura di
Silvia Fiorentino, Tamara Ferretti,
Giovanna Curatola,
Maria Del Pesce, Lucilla Niccolini

provincia di Ancona comune di Ancona

metodo effe [progetto di Silvia Fiorentino]

una via femminile alla esplorazione dei processi creativi nella vita e nell'arte

ancona, mole vanvitelliana, 22 11 - 22 12 2008

rassegna stampa   corriere adriatico 2008-10-26

Il Metodo Effe di Lucilla Niccolini

Chi scrive? A nessuna l’imprimatur, né la firma. Il nome sì, però: non ci piace l’anonimato. Certo, l’approccio è differente: elaborare un’idea, svilupparla, darvi forma, individuare motivazioni e obiettivi. Magari ricamarci su con le parole, col pensiero (una nostra specialità). Lavoro di gruppo ante litteram: come fare i cappelletti. Quello che un tempo era il bagaglio mai leggero delle nostre (troppo generiche) competenze, diventa repertorio di metafore per delineare un’intuizione (tutti i concetti complessi hanno bisogno di metafore).

 

E’ una metafora, una grande pancia dipinta sul muro che sovrasta il camino? Silvia Fiorentino, che delle metafore, in quanto artista, è una pusher, l’ha disegnata prima ancora di sapere di essere incinta. “Esiste un linguaggio melodico, nenia grande come una pancia-terra dove consolarsi del ritmo crudele della vita. Esiste un grande carezza tonda come una pancia accogliente, come una cuccia penetrante, come una tana, una carezza sull’uomo, dolce da nausea, onomatopeicamente rassicurante. Non esiste una sola forma riconoscibile di creare: ogni volta sarà diverso. Esiste il diritto alla diversità ma soprattutto al percorso di riconoscimento di questa”.
Alla sua mostra della Mole si girava attorno alle sue sottane/abat-jour, cucite con immagini di donne. “Capita di riconoscersi – annuiva Tamara Ferretti, donna politica – tra donne. E quando avviene, in genere sorvoliamo, per timidezza, pudore, inquietudine che, svelata, potrebbe infrangere la magia. Ma può accadere anche di intravedere nei gesti, nelle altrui esperienze, una familiarità creativa, sognante e determinata, risolutrice, che può far da specchio, in cui ti ritrovi con agio. In controtendenza con il convulso arrabattarsi dei traguardi, delle sfide e dei primati fini a se stessi. Vale il linguaggio dell’esperienza a mettere in rete i diversi vissuti e i saperi, come una vetrina rotante che non teme e si offre agli sguardi: denominatore comune, un’etica del fare e del creare, che si alimenta, orgogliosa, della propria responsabilità di genere”.
Ah, la responsabilità. “Quando annunciai che volevo fare il medico, mia madre mi disse: Ma non è un lavoro da donna!”. Maria Del Pesce, primario, ricorda: “Lei era un’insegnante, lavoro considerato femminile: ma esiste davvero un lavoro da donne? La vera sfida è non copiare i prevedibili modelli maschili, ma utilizzare con coraggio e coscienza il nostro naturale modo di essere. Disponibilità, cortesia, collaborazione non nascondono debolezza ma grande forza. Spiazzano”.
Anche forza comincia per effe. “Effe come femminile e femminista. – Giovanna Curatola, con la competenza della psicoterapeuta. E un po’ di immaginazione. - Se metodo è procedimento di ricerca governato da regole prestabilite, Metodo F pare un ossimoro; l’antagonismo fra regola-ragione-razionalità e femminile sembra un mito duro a morire. Però nella vita quotidiana metodo sta per attenzione, cura che genera ordine dal disordine. E una parola riesce a declinare la differenza sostanziale fra il registro astratto e universalizzante della ragione e quello percettivo e individualizzante del vissuto soggettivo; l’uno più vicino alla storia del pensiero maschile, l’altro più vicino alla esperienza concreta del femminile. Oggi il pensiero femminile può voler esplorare a suo modo, secondo un suo metodo, tutte le differenze, a partire da quella fondamentale che lo distingue dal maschile: per operare sulla differenza come distinzione e come prossimità, relazione dialogica fra le differenze. A partire da ciò, tutte le arti possono essere ri-pensate nella cultura a due soggetti. Momento inaugurale e metodo: il prendersi cura della propria soggettività, a partire da quel corpo a corpo terribile, fondativo, con la madre e quindi con le altre donne, col femminile. Partendo da un’esperienza scritta nel corpo e nel simbolico prodotto dalla cultura delle donne, il metodo al femminile si propone come esempio di osservazione/cura del processo di individuazione di qualsiasi soggettività in ricerca e dialogo con l’altro da sé”.

Corriere Adriatico, 3 febbraio 2008