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Cos’è il paesaggio?
Nessun paesaggio può essere definito o esistere in sé poiché esso è, allo stesso tempo, esperienza esterna ed esperienza di sé.
Occorre perciò legittimare il paesaggio e riportarlo nell’alveo delle manifestazioni culturali, quindi all’interno dell’universo rappresentativo degli individui e della società, riconoscendo l’importanza e la priorità del rappresentare sull’agire, dell’homo figurans sull’homo faber.
Il paesaggio rimanda a tre fattori essenziali:
P= S+N
1. a un soggetto
nessun paesaggio esiste senza soggetto. Il soggetto ha sempre una sede culturale.
2. alla natura
nessun paesaggio esiste senza natura
3. a una relazione tra i due
il soggetto è nella natura
Se si smette di guardare al paesaggio solo come all’oggetto dell’attività umana si scoprono paesaggi indecisi, apparentemente privi di funzioni, sui quali è difficile posare un nome. Tra questi frammenti indeterminati di paesaggio non c’è nessuna somiglianza di forma, ma un solo punto in comune: veicolano la diversità, in qualsiasi altrove questa venga cacciata.

Paesaggio etico, politico, psichico
Ogni paesaggio è una realtà etica, terreno dell’azione, spazio della vita umana associata:
è realtà in potenza, e poi in atto, di deliberazione e di trasformazione.
La sua essenza appartiene alla filosofia pratica, quindi all’etica. Sulle cose umane è possibile prendere una decisione perché solo esse possono essere diverse da come erano prima. Senza la contingenza l’azione degli uomini sarebbe impossibile e inutile. A questo dominio appartiene ogni paesaggio. L'uomo può modificare in una determinata direzione l’ambiente che lo circonda, è una facoltà legata alla sua stessa esistenza.
Anticipare la possibilità di agire sull'ambiente, prevedere, predisporre, pianificare, ordinare, predeterminare, organizzare gli elementi significa avvalersi di un progetto, significa immaginare una realtà differente, scegliendo i mezzi per realizzarla. L’uomo, del resto, organizza anche se stesso e chiunque pensi ad azioni destinate a trasformare situazioni esistenti in desiderate prepara un progetto.
R= P+A
Realizzazione: il suo tempo è il futuro, interessa il mondo che può essere modificato dall’intervento umano, quindi la realtà possibile, dove si decidono e si organizzano gli elementi. In questa realtà si svolge l'azione.
Progetto: coinvolge un desiderio da trasformare in realtà. In senso generale parliamo di fare o di intraprendere.
Azione: è l’elemento di mediazione, la materializzazione di un’idea, che inizia a incidere sulla realtà.
Ogni paesaggio appartiene all’uomo, suo unico e vero artefice, in quanto realtà possibile della sua relazione con la natura. L’antica lezione della storia è scritta nell’esteticità diffusa di ciascun paesaggio e nell’esteticità raccolta di ogni singolo giardino, risultati irreversibili di trasformazioni, effetti della libertà. I paesaggi, infatti, sono opera della libertà umana che dà forma, crea, modifica, costruisce e trasforma attraverso l’arte e la tecnica. Questa attività è etica perché nelle azioni risiede lo scopo della trasformazione come atto stesso della libertà del soggetto che agisce.
ll "terzo paesaggio" può essere visto come la parte del nostro spazio affidata all’inconscio, profondità dove gli eventi si accumulano e si manifestano in un modo all’apparenza indeciso. Uno spazio privo di terzo paesaggio sarebbe come una psiche priva di inconscio.
Paesaggio, arte, estetica
L’arte, osserva Rosario Assunto, ha il proposito di «fissare l’effimera figura del vivente oltre il passaggio del tempo, nella presenza qualitativa che convoglia in sé passato e futuro e si costituisce come presenza assoluta di tutto il proprio passato e di tutto il proprio futuro». L’arte, perciò, crea un luogo con determinati caratteri e realizzato in molti modi, attraverso diverse poetiche. Il gioco fra arte e natura nonché fra natura e cultura crea paesaggi dalla forma differente, indicatrice, nello stile e nell’architettura, della specifica matrice che l'ha promossa.
L'esperienza estetica presuppone l’inseparabilità della contemplazione di un paesaggio dalla sperimentazione quotidiana che consiste nel viverci dentro.
Il paesaggio è un valore estetico al pari dell’architettura, con la quale si trova in rapporto di condizionamento reciproco. Un condizionamento tale che qualsiasi alterazione morfologica del paesaggio comporterebbe una mutilazione irreparabile dell’oggetto estetico come unità dell’edificio e del suo ambiente. Ogni trasformazione comporta una variazione dell’essenza stessa del luogo.
Il luogo, determinato dalla naturalità del paesaggio e del giardino intesi come opere d’arte, si trasforma in non-luogo, perdendo tutte le caratteristiche estetiche, che non sono soltanto tali, ma anche etiche, cioè comprensive di quella totalità kantiana di verità e bene che è la bellezza; ed è proprio la bellezza, insita nella definizione di architettura del paesaggio intesa come intervento umano, che, nell’ordinare la natura, la rende oggetto di contemplazione di forme da parte dell’uomo.
Ogni architettura è paesaggistica, quindi determinata dal rapporto educativo che s’instaura tra il paesaggio e lo spirito. Goethe stesso considera paesaggio il luogo particolare al quale apparteniamo: «come se lo spirito di Dio investisse gli uomini in quel luogo, e una forza divina vi esercitasse il proprio influsso».
Una cattedrale, monumento spirituale che ospita il divino, resta infatti ancorata alla sua epoca e dà «una continua espressione del passato paesaggio sempre in movimento», come ha notato Federico García Lorca. Alla luce di questa compresenza di presente e di passato e della considerazione che ogni giardino e ciascun paesaggio esprimono la vita interiore di una comunità risulta chiaro il racconto – e in questo risiede la teoria critica del paesaggio – di una lezione giunta da lontano: quella della storia che crea nella natura.
I due luoghi, giardino e paesaggio, hanno quindi un ruolo educativo e sono contenitori culturali, serbatoi storici e luoghi di lettura del mondo, interpretabili nella loro realtà come insieme di fatti umani, globalità degli interventi effettuati nel corso del tempo, dove la storia è contenuto della natura.
Spirito e paesaggio
In un paesaggio si legge fisiognomicamente un’anima: dalle sue caratteristiche oggettive è possibile riconoscere lo spirito peculiare che differisce da quello di altri luoghi. Come ha dimostrato Kerényi, lo spirito cerca il paesaggio; i due soggetti hanno tra di loro una relazione molto stretta e condizionante, all’interno della quale il paesaggio educa e ispira l’atto creativo: è il risultato della compenetrazione di natura e cultura, «l’obiettivazione più potente dello spirito».
Il rapporto tra l'uomo e il suo ambiente è profondamente intenso e formativo. Due luoghi tra tanti possono fungere idealmente da esempio e da metafora: l’Alhambra di Granada, con i suoi giardini, e Gerusalemme, città del monoteismo, specchi entrambe di culture differenti.
Corpo rito anima
Partire dal disordine verso mondi possibili e con in mano la nostra mappa sentimentale, la geografia della nostra memoria.
Ridefiniamo l’atto della memoria, ripercorriamo la nostra memoria attraverso un desiderio di appartenenza e sfrondiamola da una facile romanticismo che ancora non ci sappiamo lasciare alle spalle, cerchiamo di ricostruire e rispettare la memoria. I luoghi, noi, il paesaggio attraversano la memoria
Abbiamo bisogno di costruire tavoli di lavoro differenti, complicati come lo è la vita, rigorosi e al tempo stesso non scontati ma fluidi, mai solitari. In questo senso possono esserci d’aiuto le poesie, i romanzi e i film che ci hanno permesso di dare interpretazioni lucide e serrate prima che il presente fosse presente:
forse, il più bel trattato sul paesaggio, Le città invisibili di Italo Calvino;
Valer Siti che ci descrive un paesaggio ancora più desolante di quello che Pasolini ci ha descritto;
Loi che ha forgiato una lingua in grado di fare da ponte con il genius loci;
L’Armata Brancaleone, senza bisogno di aggiungere altro;
Bonvicini nel suo opporsi alla gabbie create dall’architettura contemporanea.
Ci sarebbe una sterminata bibliografia da vagliare, che ci aiuterebbe a unire la visione del paesaggio a esigenze spirituali ed estetiche.
Come l’Adriatico: occorre osservare la sua melanconia e trovare così la sua vera natura prima di poterne afferrare il complesso paesaggio.
La comprensione poetica e visiva del paesaggio si dovrebbe basare su operazioni che ci permettano di vedere il nostro paesaggio com’è veramente e come lo percepiamo, attraverso la testimonianza dei suoi abitanti e di artisti o di poeti capaci di ridarci la possibilità di vedere. Un processo spirituale sta dunque alla base della nostra percezione.
Pensiamo a cosa succederebbe, e non in maniera utopica, ma realmente, concretamente, se tentassimo di formare una vera grande rete del Mediterraneo.
La nozione di paesaggio è tuttavia indipendente da quella di natura. Le cose visibili su di un pezzo di terra e che sono natura – quindi essenze vegetali e non strade con grandi magazzini e automobili – non fanno di questo spazio un paesaggio. Come ha scritto Simmel, il primo a trattare in filosofia di paesaggio, ogni paesaggio è una forma antropica. Infatti le opere dell’uomo fanno parte di una natura particolare; "il" paesaggio in senso astratto, perciò, non può esistere.
Allo stesso modo la costituzione del paesaggio naturale a oggetto estetico è opera dell’uomo e della storia. L’uomo trasforma il paesaggio in un’idea estetica. La natura artefice è un’illusione della coscienza comune.
Quando un paesaggio si costituisce a "oggetto estetico", subisce una trasformazione più o meno rapida in un oggetto di “immediata consumazione", consumazione che usura l’esteticità del luogo e provoca la sua retrocessione da categoria estetica a sentimento vitale. Il conflitto tra bello e utile è alla base della teoria assuntiana che, ancora oggi, fonda il problema etico del consumo sia estetico che utilitario del paesaggio ed è dunque alla base della compatibilità economica dell’uso stesso del paesaggio.
Per valorizzare autenticamente un paesaggio bisogna avvicinarsi alla diversità con stupore.
Inoltre occorre immaginare un progetto sul paesaggio come uno spazio che comprenda riserve e domande e permetta di sperimentare l’imprecisione e la profondità come modi di rappresentazione del terzo paesaggio. La diversità, infatti, può crescere o essere conservata solo attraverso pratiche consentite di “non organizzazione”.
Molto interessante è vedere come le studiose e il pensiero femminile riescono a unire il pensiero all’atto pratico, l’osservazione dei comportamenti con la possibilità dell’azione, formando un campo d’azione veramente differente e sopratutto con l’uso di codici differenti.
Lo studio che diventa pratica
Il partire da un microcosmo per un costruire un macrocosmo
La creazione di uno spazio spirituale.
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