metodo effe mole vavitelliana ancona

da un'idea e a cura di
Silvia Fiorentino

ideazione, progettazione e
realizzazione a cura di
Silvia Fiorentino, Tamara Ferretti,
Giovanna Curatola,
Maria Del Pesce, Lucilla Niccolini

provincia di Ancona comune di Ancona

metodo effe [progetto di Silvia Fiorentino]

una via femminile alla esplorazione dei processi creativi nella vita e nell'arte

ancona, mole vanvitelliana, 22 11 - 22 12 2008

le nostre fonti   la bibliografia

 

Scuola di Politica Lenor de Fonseca

LE DONNE E IL FEMMINILE:
LA RESPONSABILITA’ DEL NUOVO

 

Conferenza tenuta il 4 Aprile 2008 presso la Casa delle Culture - Ancona

- Ringrazio M.S. e le amiche della SLF per avermi nuovamente invitato ad incontrarmi con loro e con voi e le ringrazio soprattutto per la stima affettuosa con cui sollecitano e accolgono le mie riflessioni.

- Quanto dirò oggi è in continuità con le altre due precedenti conferenze dedicate alla Scuola; la prima sulla bioetica e più in particolare la seconda dedicata al tema cruciale che riprenderò oggi della “gestazione simbolica”. In quella conferenza ponevo la differenza fra gravidanza e gestazione. Dove il termine gravidanza è connesso, anche in senso astratto, a “peso” esempio “il cielo è gravido di pioggia”, o “l’evento fu gravido di conseguenze”. Gravido indica una pienezza pesante mentre gestazione ha a che fare con il “portare”, un portare che organizza, costruisce gestazione è portare a compimento per mettere alla luce. Gestazione simbolica come impegno di generazione, costruzione, condivisione di significati contenuti e valori derivanti dal godimento di nuovi diritti e di nuovi spazi di libertà.

- Nel seminario di oggi la “gestazione simbolica” diventa impegno necessario per il femminile. Impegno necessario e quindi responsabilità. Responsabilità termine a suo volta molto denso di riferimenti normativi ma che collegheremo piuttosto, in una dimensione antropologica e psicologica a individualità e apertura all’alterità. Responsabilità nei confronti del nuovo. Di questo, del nuovo, si sente molto parlare. Ma ci troviamo nell’ambito dell’aspettativa, della speranza; non si intravede infatti un progetto o almeno una forma nascente di esso. Questo a mio avviso deriva dal fatto che il nuovo di cui tutti uomini e donne abbiamo bisogno non è relativo alla trasformazione di qualcosa di esistente ma è legato all’inedito a qualcosa di totalmente nuovo, quindi più vicino a creare che al trasformare. Per questo accanto al titolo ho posto una immagine artistica (fig. 1). Perché è l’arte che ci addita la strada della creazione simbolica, L’arte intesa in tal senso diventa l’arte del vivere, della politica, del governare, l’arte dell’aver cura.

- Per quanto teorico possa apparire il discorso che propongo e quindi lontano da esperienze concrete, la mia riflessione ha come terreno fecondo il lavoro clinico di psicoterapeuta. Lavoro che, per quanto intimo e  duale allo stesso tempo mostra con evidenza come le caratteristiche dei contesti socio-culturali generino e modellino la sofferenza personale, gli ostacoli allo sviluppo, le difficoltà alla costruzione di identità mature in grado di apportare energie da spendere nella dimensione sociale.

Il terapeuta quindi ha un punto di vista privilegiato sul collettivo e sulla relazione fra orizzonte collettivo e dimensione personale. Da questo punto di osservazione è oggi possibile scorgere una particolare forma di sofferenza personale e relazionale in cui l’incertezza psicologica diviene profonda sino ad essere sintomatica dove si perdono i riferimenti fino a perdere le parole adeguate per parlare di sè e sè stessi o di ascoltare i discorsi dell’altro, privilegiando una chiusura individualistica dove la pubblicità “il mondo intorno a te”, “perché tu vali” “life is now” si fa riferimento esplicito ed emblematico di un Io ipertrofico e vuoto allo stesso tempo e incapace di una autentica reciprocità e solidarietà.

L’incertezza quindi può far regredire gli individui e la società verso forme di qualunquismo, verso l’appoggio sul fondamentalismo religioso o verso ideologie totalitarie, forme diverse di uno stesso fenomeno oppure l’incertezza può aprire a orizzonti che costruiscono nuove forme di relazione e di convivenze.

Questo a mio avviso, ed è la tesi che sosterrò oggi, dipenderà da e se sapremo declinare, come femminile, una buona pratica individuale e collettiva della “differenza”. Vale a dire di tutto ciò che abbiamo appreso dalla differenza di genere come “matrice” di tutte le differenze. Differenza intesa nel duplice senso di “differenza da e relazione con” ciò che appunto è differente. Una pratica della differenza che promuove una forte consapevolezza della identità personale e un forte impegno nella costruzione di reti di relazioni non solo concrete, a partire dal proprio privato, ma piuttosto come modo di cogliere se stessi, il mondo e la vita come strutturati dalla reciprocità.

- il tema è molto vasto e piuttosto che esplorarlo con sistematicità preferisco chiarire le articolazioni della mia argomentazione. Mentre cercavo una sintesi efficace mi è sovvenuta  l’immagine di una piccola ma grintosa utilitaria che si arrampica tornante dopo tornante su una stretta strada in un paesaggio inquieto in cui l’incertezza della luce non dice se si tratti di un’alba o un tramonto, un prima o un dopo della tempesta (fig. 2-5).

- Lo sfondo è quindi costituito da un tempo storico caratterizzato da trasformazioni epocali di cui più tardi farò qualche esempio.

- Per il femminile, per le donne si è aperta una grande partita, partita rischiosa, il rischio è appunto la scomparsa, non giocarla, pensando magari che sia già stata vinta. La partita è la costruzione dei codici simbolici del nuovo.

- Poiché c’è in gioco un modo nuovo di intendere la vita, il mondo, la storia, parlo appunto di responsabilità. Il fondamento di questa responsabilità è non solo affermare la differenza o le differenze ma di sostanziarle con la costruzione di identità che le caratterizzino.

- Perché solo se la differenza diviene pratica di identità e costruzione simbolica può prendere origine una soggettività femminile in grado di aprire un processo dialogico e quindi di co-generare una cultura della prossimità.

- Di strumenti per il processo che ho appena delineato ne ho individuati almeno tre ma altri possono essere pensati da differenti prospettive, 

uno strumento più prettamente psicologico è quello di una consapevolezza che non tema ma che anzi includa le proprie ombre, i propri limiti, sia personali sia imposti dalla storia del nostro sviluppo  (la “Differenza dell’altro” che ci abita). Il femminile come sempre corre il rischio o di una fusionalità confusiva o la sottile distruttività dell’invidia. Questo tema meriterebbe un sostanzioso approfondimento;

la necessità della storicizzazione dei processi avviati dai movimenti femminili;

.il terzo di cui vorrei parlare oggi lo devo a S. Fiorentino e a un gruppo di amiche.

Potreste dirmi che queste cose son ben note, ce le siamo dette molte volte ma io direi che erano incluse, sottintese nella affermazione della differenza come diritto ma poi il chiarimento, l’arricchimento è mancato collettivamente. Il pensiero della differenza si è chiuso in una pratica accademica pur ricca di riflessioni ma oggi ci troviamo nuovamente di fronte ad una “questione femminile”.

- Poiché prima avevo evocato la dimensione creativa dell’arte ho pensato di leggervi una poesia di B.G. (fig. 6-7) (La Leucò delle ultime poesie di C. Pavese) in cui con fermezza non rivendicativa si fanno i conti con la consapevolezza di essere state definite da codici simbolici altrui a noi giustapposti ma altrettanto forte è la consapevolezza che ci attende un compito inusitato, inedito, dire a noi stesse chi siamo.

Questo compito così impegnativo da far tremare il volto della vita mi ha riportato alla mente le parole di S. de Beauvoir (fig.8) in “Secondo sesso”. Queste parole sono state criticate da alcune femministe per quel tanto di neutro e universale che è contenuto nel termine “individuo” ma se vi osassimo aggiungere “nella e con la pratica della differenza” le troveremmo adeguate proprio nel senso di un forte richiamo al contesto storico attuale.

Dopo questo intermezzo vediamo di toccare solamente alcuni dei punti chiave del percorso che ha delineato lasciando alla discussione e magari ad altre occasioni una disamina più approfondita.

Intratteniamoci sulle trasformazioni epocali (fig. 9-10). Non parlo delle condizioni di incertezza sul piano sociale e politico, troppo ci sarebbe da dire e non è di mia competenza. Soffermiamoci unicamente sulle trasformazioni indotte dalle tecnologie.

Le tecniche della fecondazione assistita o più in generale della riproduzione della vita chiamano in causa la relazione fra sessualità, maternità e paternità; il concetto stesso di desiderio di avere un bambino è diverso dal bisogno di avere un bambino (è il bisogno che chiama in causa il diritto). La pratica della fecondazione assistita fa rientrare il corpo femminile all’interno di una pratica e di un potere medico maschile e oggettificante. Basti pensare all’ipotesi non troppo lontana di un atto procreativo del tutto disincarnato dai corpi e dalla relazione. 

L’uso delle relazioni e del sesso virtuale, tramite la rete chiamano anch’esse in causa la rimozione del corpo reale dall’ambito della sessualità e dall’esercizio della relazionalità. Le colleghe qui presenti che si occupano di psicoterapia della famiglia potrebbero portarci testimonianze di come ci siano profonde trasformazioni dei codici simbolici in riferimento ai cambiamenti a cui è andato incontro la struttura familiare. 

Potremmo fare molti esempi ma tutti portano a dover considerare quanto e come questi fenomeni modifichino le concezioni riguardanti il femminile e il maschile e la relazione tra loro e più in generale come diano forma ai nostri desideri per porci nella condizione di consumatori/consumatrici dove  il possibile viene trasformato in desiderabile e il desiderabile in obbligatorio e non a caso si parla di biopolitica. Consideriamo che una identità non è solo posta socialmente dal codice simbolico dominante ma deve essere assunta e declinata come consapevolezza a livello personale per portare ad una pratica di autonomia e libertà.

Ora il mio punto è che le trasformazioni sono troppo veloci e difficilmente pensabili perché sono del tutto sconnesse da una tradizione che possa funzionare da riferimento, in questo senso si parla di trasformazioni epocali perché cambiano totalmente la visione della vita e del mondo.

Ci vuole tempo perché queste trasformazioni possono essere umanizzate, in questo senso si parla di umanizzazione della tecnica. Proprio la questione de tempo per questa umanizzazione e per comprendere le conseguenze era uno dei punti sollevati qualche anno fa da un bel libro di M.L. Boccia intitolato “L’eclissi della madre”. Proponevano le autrici una “moratoria sull’agire”. Moratoria è oggi un termine abusato. Quel concetto è stato fagocitato dal maschile e le parole di due donne impegnate su questo tema non hanno trovato risonanza neppure tra le stesse donne. Propongo che moratoria venga sostituita da “gestazione simbolica” rispetto alla moratoria è un passo avanti è già una proposta piuttosto che una sospensione, c’è necessità di farsi gestanti  di una umanità capace di confrontarsi con il nuovo.

- In queste trasformazioni che implicano appunto la necessità di nuove costruzioni simboliche e di nuove visioni della convivenza e del legame sociale, lo spazio per lo specifico discorso del femminile sembra restringersi e le donne rischiano di restare intrappolate nella declinazione di una serie di diritti affermati tramite le lotte emancipatorie ma che restano lettera morta nelle dinamiche della storia.

“La scomparsa delle donne” è il titolo emblematico di un libro interessante e documentato di Marina Terragni e a cui rimando. Un capitolo che è poi quello che dà il titolo al libro si sofferma sulla questione del rapporto fra corpo e femminilità. Mostrando come la donna sia ancora o nuovamente donna oggetto, oggetto per attirare lo sguardo. Ciò non è vero solo per le veline se H. Clynton, S. Royal, si sono sottoposte alla chirurgia estetica e anche A. Merckel ha dovuto curare il suo look come a dire “diventare vecchie è diventare invisibili” avere le rughe o il doppio mento non attira consensi nelle campagne elettorali. Un ribaltamento del gesto liberatorio di bruciare i reggiseni per liberarsi dallo sguardo maschile e ricominciare da sé e la riaffermazione che la donna ha bisogno dell’altro per essere. L’importanza di sapere che bisogna inventare, costruire la propria immagine a partire da sé è stata sostituita dal mercato che impone i suoi canoni e le sue immagini. Dice la Terragni “il lavoro sulla bellezza femminile deve essere rimesso in agenda prima di finire in scheletri o polpette al silicone… piuttosto tornando ad essere, nel libero gioco della seduzione “colei alla quale si cerca di piacere”.

- E’ proprio il rischio della scomparsa, del frantumarsi e disperdersi della forza propositiva del femminile a porre il problema di una presa di posizione di forte responsabilità.

- Questo termine, la responsabilità (fig. 11-12),  è carico di connotazioni pesanti per le donne, rimanda alle responsabilità di madri, di donne custodi del focolare con le quali siano state inchiodate a determinati ruoli e dai quali l’emancipazione ci ha liberati fino a potersi pensare liberate anche dai vincoli biologici della sessualità e della maternità.

- Si tratta tuttavia di poter guardare alla responsabilità in modo diverso vale a dire radicata nella struttura emotiva dei soggetti femminili cioè nelle modalità relazionali proprie delle donne, modalità costitutivamente aperte alla alterità ma non con i colori del sacrificio o del sentimentalismo altruistico ma con quello dell’eros e della passione, in quanto la passione nutre e rivendica la pienezza della soggettività e la conseguente libertà di scelta. Si viene a dare in tal modo alla responsabilità una fondazione antropologica-psicologica che può rispondere al deficit di solidarietà senza nulla togliere alla sovranità individuale.

Si viene a ridurre il peso di affermazioni di principio o banalmente pragmatiche.

Vediamo con le parole di E. Lotta (fig. 15) come lei si descrive in una tale dimensione che scioglie dai vincoli e dai ruoli e apre alla dimensione del dono. Quello che E. Liotta propone è quello di fondare la differenza nella differenziazione dei ruoli sciogliendo il nodo aggrovigliato e ambivalente fra madri e figlie e in cui risiede molto del negativo del femminile. Fondati in questa capacità di riconoscersi e differenziarsi nelle relazioni e aprendosi ai proprio desideri si scopre appunto la passione, la vocazione all’apertura relazionale vale a dire scorgere, ascoltare riconoscere e riconoscersi nelle differenze con cui veniamo a contatto.

Relazione è quindi legame nella differenza.

Altrimenti il rischio è quello della chiusura onnipotente, come evidenzia L. Irigherey che caratterizza appunto l’individualismo e perfino il soggettivismo intimistico e autoreferenziale che vuole assimilare con violenza l’altro a sé, invece di riconoscere l’altro senza dissolverne l’alterità.

Responsabilità quindi come libertà e dono, né egoista, né oblativamente altruista ma come necessità di stabilire/ristabilire un legame sociale riconoscendo nell’altro una parte costitutiva del proprio essere nel mondo. Si viene così a riconoscere la propria stessa vulnerabilità e mancanza nel desiderio di legarsi e appartenere proiettandosi in una dimensione comune.

In tal modo la pratica della differenza diviene al contempo strumento e prodotto della propria individuazione, collocando il soggetto nella vita e nel mondo.

In chiusura vorrei soffermarmi sul tema della creatività femminile come strumento di ricerca radicale sul tema della differenza.

Con alcune amiche abbiamo denominato Metodo Effe un campo di ricerca che a partire dalla espressione artistica, vuole esplorare, nel suo costituirsi, la specificità espressiva del femminile.

Vorrei mostrarvi alcuni immagini accompagnate dalle parole di S. Fiorentino, che possiamo assumere in un certo senso come una gestazione concreta/sensoriale e al contempo simbolica/espressiva di una via creativa appunto al femminile (fig. 16-19).

La tela, la materia non ha confini, è sfrangiata, mossa, l’immagine apparendo lascia sullo sfondo le parole, la significazione. Il corpo emerge e non a caso sembra lasciare al di là della tela la testa.

Il corpo è seno, è braccia, è ventre, ma è anche trama, colore, geometrie, è nodi, fiocchi in una continuità del segno. Le linee si muovono si distinguono si sovrappongono in una dimensione narrativa.

Il narrare non è fatto solo di linee-parole ma segue la dimensione melodica e ritmica della linea curva svelando un’altra possibilità la pancia terra,  generazione, gestazione, il bambino, il frutto, già c’è se non c’è ci sarà.

Dove inglobare e lasciare mi appaiono le dimensioni costitutive di una relazione passionale insieme fusionale e distintiva.

E infine S. descrive il creare


Mi è parso che non esistono parole più adatte di queste per chiudere l’esplorazione che vi ho proposto oggi e per ringraziarvi e ringraziare in particolare Marisa Saracinelli, Carla Piccinini. e infine Silvia Fiorentino e tutte le altre amiche di cui oggi ho riportato le voci.