metodo effe mole vavitelliana ancona

da un'idea e a cura di
Silvia Fiorentino

ideazione, progettazione e
realizzazione a cura di
Silvia Fiorentino, Tamara Ferretti,
Giovanna Curatola,
Maria Del Pesce, Lucilla Niccolini

provincia di Ancona comune di Ancona

metodo effe [progetto di Silvia Fiorentino]

una via femminile alla esplorazione dei processi creativi nella vita e nell'arte

ancona, mole vanvitelliana, 22 11 - 22 12 2008

le ideatrici   maria del pesce

Mi sono laureata in  Medicina e Chirurgia e poi specializzata in Neurologia e Fisiatria presso l’Università di Ancona e da allora mi sono sperimentata in tante condizioni lavorative: medico "di famiglia", di fabbrica, di squadre sportive... ma la mia passione è sempre stata la neurologia!

E ho avuto la fortuna di lavorare per tanti anni presso la Clinica Neurologia dell'Università di Ancona e, nel 2001 la grande soddisfazione (e soprattutto in quanto donna!) di diventare Direttore del Reparto di Neurologia dell'Ospedale di Senigallia.

Il mio lavoro mi ha permesso di sperimentarmi nell'insegnamento (a studenti di medicina e operatori sanitari), di partecipare a progetti locali, regionali e nazionali in ambito sanitario, di conoscere e quindi di poter collaborare con ricercatori italiani e stranieri. Ma soprattutto mi ha permesso di conoscere  tante persone, le loro vite e i loro problemi e questo ha "segnato" molto la mia vita.

Ho fatto anche il Presidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri della provincia di Ancona nel triennio 1997/1999, e anche questo ha rappresentato per me una grande esperienza di vita e una soddisfazione (attualmente su 103 Presidenti italiani, uno solo è donna!).

Ma, oltre che lavorare, mi piace leggere, ascoltare musica, andare al cinema, giocare a carte e... cucinare! Sono socia da molti anni  della F.I.D.A.P.A. Ancona Riviera del Conero (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) dove ho ricoperto l'incarico di Presidente nel biennio 2006-2007 e faccio parte del Forum delle Donne del Comune di Ancona.

 

 

Come ho sperimentato e sperimento il Metodo Effe nella mia vita lavorativa?

In tanti modi e tutti i giorni vivendo il mio lavoro in un ambiente che solo recentemente vede la prevalenza delle donne e sicuramente non ancora nei posti dirigenziali.

Purtroppo noi donne (almeno quelle della mia generazione) siamo portate a pensare che, per il solo fatto di essere giunte a ricoprire un incarico apicale, siamo tenute a doverci guadagnare  ogni giorno questo “ riconoscimento” perché sentiamo  di dover dimostrare di poter svolgere la funzione come e meglio dei colleghi uomini per poter poi essere apprezzate e stimate. E' chiaramente un retaggio di insicurezza che per fortuna le nuove generazioni sembrano avere in parte superato.

In sintesi credo che la “leadership” al femminile abbia qualche svantaggio, ma molti vantaggi, se vissuta con serenità, consapevolezza e competenza. Ad una donna è più difficile rispondere di NO (le persone a cui si chiede collaborazione sono quasi sempre uomini!) e la donna ha, il più delle volte, una maggiore capacità relazionale, maggiore disponibilità al colloquio, più senso pratico, meno condizionamenti e su questi aspetti deve contare perché sono di grande aiuto nei compiti gestionali.

Ma viene richiesta anche una spiccata capacità di “leggere tra le righe” e di parlare solo se necessario e con chi di dovere e queste capacità talora difettano alle donne più istintive, immediate e informali degli uomini. Personalmente posso dire di avere avuto globalmente un buon rapporto con i colleghi, con il personale e con gli organi istituzionali ma credo che questo sia  reso possibile da un’opera continua di comunicazione e condivisione. Non  sono mancate delusioni e frustrazioni e ho dovuto imparare che, se si vuole andare avanti e conseguire risultati, bisogna essere più “politiche” (non necessariamente politicizzate!) anche se non troppo, altrimenti saremmo uguali agli uomini e ritengo importantissimo (e anche efficace per raggiungere i risultati voluti) mantenere ed esaltare le nostre differenze.

 “Quando annunciai con decisione vari anni fa che volevo fare il medico, mia madre mi disse: “Ma non è un lavoro da donna!”. E mia madre era una donna lavoratrice, ma era insegnante, lavoro da sempre considerato femminile. Ma esiste davvero un “lavoro da donne”? La donna, nell’immaginario collettivo, è identificata con la figura materna destinata quindi alla famiglia e comunque all’impegno sociale. La storia degli ultimi anni ha dimostrato che così non è, anche se ci viene costantemente chiesto, in modo più o meno esplicito, di dimostrarlo mettendoci così alla prova sotto tutti i punti di vista.

La mia esperienza lavorativa mi ha insegnato che la vera sfida nel lavoro è quella di non copiare i prevedibili modelli maschili, ma di utilizzare con coraggio e coscienza il nostro naturale modo di essere, che è una realtà: quante volte ho visto persone spiazzate da comportamenti di disponibilità, cortesia, collaborazione e affatto competitivi: non nascondono debolezze ma grande forza.

 

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