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Nasco alla fine del 1944 a Brescello in provincia di Reggio Emilia da genitori calabresi. Maturo precocemente l’idea di voler svolgere una professione di cura e mi laureo nel 1969 in Medicina e Chirurgia presso l’Università Cattolica del S. Cuore a Roma, subito dopo divengo assistente nella stessa Università. Mi trasferisco all’Università di Ancona dove partecipo alla fondazione dell’Istituto di Biochimica e presso lo stesso Ateneo svolgerò tutta la carriera accademica da assistente a professore associato e professore ordinario. I numerosi impegni scientifici in Italia e all’estero mi portano a collaborare con personalità scientifiche di notevole rilievo e a partecipare a ricerche di avanguardia nell’ambito della biomedicina fino a costituire un mio autonomo gruppo di ricerca. Un ampia produzione scientifica testimonia l’impegno in questo ambito. Contemporaneamente l’interesse per lo studio filosofico del rapporto corpo-mente, presente nella cultura che aveva accompagnato la formazione medica, trova nella psicoanalisi un campo in cui fare personale esperienza fino a qualificare una formazione psicoanalitica e la professione di psicoterapeuta. La curiosità che sospingeva la ricerca si univa infatti alla necessità di non trascurare la dimensione più personale della cura che ha trovato nel trattamento integrato dei disturbi alimentari un importante banco di prova della importanza di oltrepassare dicotomie e separazioni disciplinari. Attualmente ho lasciato la vita accademica per dedicarmi completamente alla pratica e alla ricerca in ambito psicoanalitico pur continuando a svolgere presso l’Ateneo di Ancona attività didattica come professore a contratto. Ogni volta che ricostruisco il mio curriculum mi domando a quante assenze ho sottoposto i miei cari prima di tutto i miei figli. Assenze non solo in senso concreto ma anche come disponibilità ad ascoltare ed accogliere i loro bisogni affettivi, le loro necessità formative. A loro ho sempre manifestato la consapevolezza, a volte torturante, del conflitto a cui mi sentivo esposta assieme alla incrollabile certezza che l’espandersi della consapevolezza personale sia fonte di arricchimento e di solidità per tutti. Ho ricevuto da loro in pari misura critiche aspre e sostegno incondizionato. Anche questo fa parte del mio curriculum che di recente si è aggiornato con la nascita di due nipoti. Effe come la prima lettera di femminile e femminista. Effe come la doppia effe di differenza.
Se a “metodo” attribuiamo il significato che gli è proprio, consegnatoci dalla filosofia, vale a dire “un procedimento di ricerca governato da regole prestabilite”, metodo effe ci appare come un ossimoro; l’antagonismo fra regola-ragione-razionalità e femminile sembra essere un mito difficile a morire. Tuttavia, nella sua accezione più vicina alla vita quotidiana, metodo sta per: attenzione, cura particolare, quella cura che genera ordine dal disordine. Così una parola riesce a declinare una differenza sostanziale, quella fra il registro astratto e universalizzante della ragione e quello percettivo e individualizzante del vissuto soggettivo; l’uno più vicino alla storia del pensiero maschile l’altro più vicino alla esperienza concreta del femminile.
Colta in questa oscillazione la parola non divide e separa per chiarire, privilegiando un polo o l’altro ma tiene in sé le possibili differenze. Oggi grazie ad una storia che non ha ancora la dimensione della grande storia ma tuttavia ha la dignità della storia, il pensiero femminile può volere esplorare a suo modo, e quindi secondo un suo metodo, le differenze, tutte le differenze, a partire da quella fondamentale che lo distingue dal maschile.
Operare quindi sulla differenza come distinzione e al contempo come prossimità e relazione dialogica fra le differenze; a partire da ciò filosofia e politica, arte e spiritualità, scienze e economia, possono essere ri-pensate, ri-costituite a partire dalla complessità e dalla ricchezza generata da una cultura a due soggetti.
Questa operazione che pretende di generare nuove prospettive di senso e simboliche vede come momento inaugurale e come suo proprio metodo il “prendersi cura” da parte del femminile della propria soggettività a partire da quel corpo a corpo terribile ma al contempo fondativo, da quella relazione antica e mai sufficientemente esplorabile con la propria madre e quindi con le altre donne e quindi con il femminile del mondo e della storia.
Partendo perciò da una esperienza scritta nel proprio corpo e al contempo nel simbolico che la cultura in generale e la cultura in particolare delle donne ha prodotto il metodo, il metodo al femminile, esce dalla ricerca essenzialistica speculare al metodo della filosofia tradizionale e alla sua pretesa di universalizzazione; al contempo esso si propone come esempio di osservazione/cura rigorose e partecipi del processo di individuazione di qualsiasi soggettività in ricerca e dialogo con l’altro da sé e del processo di costruzione storico-simbolico in una dimensione collettiva. |
