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Oggigiorno tutti parlano e scrivono di cucina, di cibi eccellenti, di mangiar bene, di attraversare l’Italia per sperimentare un ristorante carissimo e scomodo, di mangiare al buio, di mangiare naturale, chimico, vicino, lontano… In realtà si tratta semplicemente di imparare a mangiare veramente, di scoprire ed essere consapevoli di com’è fatto un cibo vero, di che differenza c’è tra un prodotto genuino e uno industriale, insomma sapere come deve essere consumata una verdura, un pesce, una carne, un frutto, conoscenze banali ma che abbiamo perduto, fra i reparti asettici dei supermercati. Né si pretende di ignorare la realtà in cui viviamo: proprio per questo non possiamo rifiutarci di imparare a leggere un’etichetta per sapere da dove viene quel vino, in che terre è stato coltivato quel cibo, quali mani lo hanno accolto. In questo senso il consumo alimentare diventa anche un’azione politica oltre che estetica: compro vicino casa oppure compro quello che viene dai produttori, biologico, ecologico, a km 0? Da un consumo consapevole si riattivano sensazioni sconosciute, sapori, colori, odori che erano stati dati per acquisiti e che ora esplodono, nuovi, davanti e dentro di noi. Di libri sui cibi ne sono stati scritti migliaia, alcuni artistici altri narrativi, perciò quello che vorrei proporre qui è raccontare come si è inserita la cucina nella mia vita e come, malgrado una vita da giocoliere (esperienza comune alla maggior parte delle donne), la cucina abbia mantenuto nella vita e per il mio lavoro un ruolo fondamentale, divenendo in alcuni casi una mania contagiosa. Un aspetto importante dell’universo-cibo è quello della convivialità, è perciò necessario fissare lo sguardo non solo sul cibo e sulla sua fattura, ma su come si definiscono lo spazio e le persone che si muovono intorno al cibo. Il cibo è a tutti gli effetti un rito. Provate a leggere il Talmud, regole su regole, non già, come si crede, regole igieniche ma regole per il compimento di un rito. Cos’è allora un rito se non l’attribuire significato a ogni cosa, rendendola unica? Attraverso il rito si dà significazione e specificità. Come tutti i riti, anche quello del cibo si armonizza con il passare del tempo. Io ad esempio officio il rito del pane e quello della salsa di pomodoro per l’inverno. E ho l’abitudine di tenere quaderni in pieno stile anni ’50, nei quali annoto – come mi ha insegnato la Dada – ricette, ovviamente, ma anche esperimenti, ospiti, ingredienti vagliati, reazioni, insomma tutto ciò che contribuisce a quel processo alchemico e umilmente magico che è la cucina. I miei quaderni divengono così veri e propri diari, “libri di ricordanze” che recano traccia della storia mia e di chi ho incrociato nella mia esistenza. Ho imparato tutto dalla Dada: a cucinare per trenta senza far fatica, a cullare i miei ospiti, ad accarezzare loro ventre e mente. Sì, ho tratto tutto dalla mia Dada, non solo mia, purtroppo. Ipostasi della donna ebrea, grande madre. No, non vi darò l’indirizzo, né lo darò a Woody Allen, che, se parla così delle donne ebree, ha mancato l’appuntamento con lei.
Vi racconterò però qualche ricetta e qualche storia di cucina e qualche storia di donne dentro la cucina.
Michela Magrini vi racconterà dei vini, vi insegnerà a distinguerli, a comprarli, a risparmiare, a gustarli, a resistere.
Alessandra Mulas vi racconterà del tè, dei riti del tè, di come prepararlo e di come farsene rapire. |


